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Dancalia

Camminando sul fondo di un mare scomparso

Nuova edizione! Con una selezione di fotografie e una prefazione di Pietro Veronese

Camminando sul fondo di un mare scomparso: un viaggio fra deserti bianchi, rocce turchine, fontane di fuoco, alla scoperta del popolo afar, schivo e misterioso. Le storie dei carovanieri si intrecciano con quelle dei colonialisti italiani e dei turisti di oggi (ancora rari).

 

Un deserto di sale, un vulcano che gioca a nascondersi, un lago che attira gli uccelli e poi li uccide.

Chi viaggia in Dancalia, ai confini fra Etiopia ed Eritrea, muove i propri passi su rocce dai colori psichedelici, rischia di impantanarsi nelle sabbie morte del Saba river, o di perdersi nella pace della locanda di Madame Kiki, sorta ai bordi del deserto come una pianta pioniera.
Ma la Dancalia è degli afar, un popolo enigmatico e “feroce” (così dicono cronisti e studiosi), che schiude la propria straordinaria umanità solo a chi, mettendo da parte gli stereotipi sull’Africa, sa stare “fianco a fianco con la diversità”.
Un racconto che ripercorre le gesta di esploratori e colonialisti italiani che tra la fine dell'800 agli anni del fascismo elessero la Dancalia come teatro privilegiato per le loro scorribande. Dalla spedzione del garibaldino Giulietti, che nel 1881 si avventurò nel deserto di lava con tanta superbia e spavalderia da farsi uccidere, ai battibecchi fra Ludovico Nesbitt e il barone Franchetti, che negli anni 30 si accapigliavano, contendedosi il primato della traversata della Dancalia. E che morirono a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, in un incidente d'aereo.
Tentativi di fare propria una terra ridicoli rispetto a ciò che accade oggi, quando piantare una bandiera non interessa più a nessuno, ma si rende schiavo un paese a colpi di sfruttamento minerario. Come stanno facendo la Allana Potash, multinazionale del potassio, o le imprese cinesi, che a ritmi impressionanti asfaltano il deserto per farci passare tir e camion.

PAROLA D'AUTORE
Ho voluto scrivere un libro attorno alla Dancalia. Volevo compiere un gesto di gratitudine per una terra che mi ha socchiuso le sue porte. Volevo dire degli afar. Sono in debito con loro. Soprattutto volevo raccontare della diversità, assoluta, che ci separa da questa gente e dal luogo dove vive. Volevo che le diversità, la nostra e la loro, si guardassero. Si accettassero. Ho avuto bisogno di 300 pagine. Poi il libro si è accorciato, è diventato essenziale come il deserto.
Adesso ho il dubbio di averlo scritto per compiere un saluto, l’ultimo, a una Dancalia che non esiste più. In questa terra, quando si va via non ci si volta indietro. Mai. E io, contravvenendo alla regola, l’ho fatto. Non potevo andarmene senza un gesto di affetto. Ho fiducia nell’orgoglio afar, conosco la loro testardaggine. Ora mi interessa -faccio il cronista- il cambiamento della loro società e della loro geografia. Mi interessa ciò che accade dopo i titoli di coda di un libro.

(Andrea Semplici)

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