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Razzo rosso sul Nanga Parbat

Il 27 giugno 1970 i due fratelli altoatesini Reinhold e Günther Messner realizzano la prima salita della parete Rupal del Nanga Parbat, la parete di roccia e ghiaccio che con i suoi 4500 metri di altezza è la più imponente della Terra. Ma la discesa lungo l’altro versante, sconosciuto, che finisce nella valle Diamir, ha un epilogo tragico: la morte di Günther, travolto da una slavina. Il capo spedizione si adopera affinché vengano taciute le circostanze reali in cui si è verificata la catastrofe. Il resoconto di Reinhold Messner sulla drammatica odissea, concepito come una sceneggiatura, viene vietato, poiché il capo spedizione aveva fatto firmare a tutti i partecipanti un documento in cui si impegnavano a non pubblicare nulla sulla spedizione. Il titolo era Die rote Rakete (Il razzo rosso), proprio come l’ingannevole segnale luminoso che avrebbe dovuto segnalare ai fratelli Messner l’evoluzione prevista delle condizioni meteorologice.
Per decenni Reinhold Messner è stato vittima di campagne denigratorie, viene accusato di aver sacrificato il fratello minore in nome della sua ambizione personale, accuse che incredibilmente non si placano nemmeno nel momento in cui il Nanga Parbat restituisce i resti mortali di Günther dove Messner aveva detto che dovevano essere, e la versione di Reinhold Messner viene confermata in sede giudiziaria. Oggi, a quarant’anni dall’eroica e tragica impresa, Razzo rosso sul Nanga Parbat vede finalmente la luce, con una nuova prefazione dell’autore e splendide fotografie.

Un brano:
"Il tentativo di salvare mio fratello sul Nanga Parbat — voluto, vissuto e sofferto da me stesso fin quasi a morire — fa parte delle esperienze più difficili che la vita mi ha imposto: un gesto della disperazione che ho vissuto non come un dovere, bensì come cosa ovvia. Se Michi Anderl e Herrligkoffer avessero riconosciuto il loro errore nel lanciare il segnale e nell’attribuire il significato sbagliato al «razzo rosso», e avessero descritto la tragedia così come è avvenuta, lo scontro non ci sarebbe stato. Ben presto però, rientrato nel mondo civilizzato, il capo spedizione Herrligkoffer si inventò la storia che io avrei agito per ambizione personale, che avrei lasciato mio fratello morto alla forcella Merkl e — mosso dal desiderio di conquistare la fama — sarei sceso da solo lungo il versante Diamir. E questa affermazione soltanto, resa pubblica senza alcuna motivazione a sostegno e mai ritirata, ha alimentato il conflitto che ormai da quarant’anni cova sotto la cenere."

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