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Barcellona 360°
Priuli & Verlucca | 360 | Luca Pedrotti | Conrad White | Màrius Carol | Scarmagno | 2007 | pagine 144, con fotografie che si aprono a 2, 4, 6 ante fino a 2 metri di lunghezza | 34,5 x 31

Barcellona 360°

Jules Romains ha dichiarato: «Moltiplicate Barcellona per dieci e troverete New York». Nel formulare questa frase, lo scrittore francese alludeva sicuramente alle sue strade parallele, al giallo dei suoi taxi o al carattere cosmopolita della sua gente. Comunque, qualche caratteristica in comune con la Grande Mela avrà pure la città se personaggi particolarmente legati a Manhattan come Woody Allen, Bruce Springsteen o Paul Auster sono rimasti affascinati da Barcellona. Il designer Milton Glaser, un altro innamorato della città, ha avanzato la proposta di scegliere come simbolo di questa metropoli del Mediterraneo una pera, poiché la mela è il simbolo della capitale dei grattacieli. Tuttavia, al di là delle sensazioni affini che le due città suscitano, Barcellona ha nutrito nei secoli una particolare avversione per gli edifici alti, come se in qualche modo temesse di perdere la sua caratteristica familiare. Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso un famoso architetto ha proposto di edificare, nel cuore della Diagonal, un grattacielo orizzontale, per non dare fastidio nel caso in cui avesse dovuto innalzarlo. Ai cittadini l’idea è piaciuta molto e oggi la Illa è uno dei centri commerciali più frequentati. I barcellonesi si sono poi abituati a quei colossi che, nel corso del xx secolo e soprattutto negli ultimi anni, si sono affacciati sulla linea dell’orizzonte. Grattacieli nei quali hanno speso il proprio talento famosi professionisti dell’architettura. Se Romains contemplasse oggi la città, potrebbe cambiare la sua frase e dire che ora basta moltiplicare per tre, dopo il cambiamento urbanistico degli ultimi tempi in cui sono state edificate le torri gemelle alte 150 metri che simboleggiano l’ingresso alla Vila Olímpica, il quartiere in cui, durante i giochi olimpici del 1992, sono stati ospitati gli atleti, e tra le quali spicca, come fosse saltato fuori dal mare, il grande pesce dorato opera di Frank Gehry.
Nell’Eixample, Barcellona possiede una struttura stradale simile a quella di New York, ma ha anche sette colli come Roma, un arco di trionfo come l’Étoile di Parigi e conserva al fondo della Rambla del Poble Nou il ricordo del tentativo fallito di costruire una piccola Icaria in un quartiere operaio, secondo le idee di un socialista utopista come Cabet, il quale, con scarso successo, cercò di fondare una comunità senza distinzione di classi in Texas e in Illinois. 
Barcellona è una città che ne contiene altre. È una cartolina che ne racchiude altre. Per Federico Fellini è stata un’ottima scenografia poiché conserva gli edifici di quando era conosciuta come la Manchester della Catalogna: rioni in riva al mare dall’odore salmastro oltre che un quartiere a luci rosse dal passato letterario. Poi le fabbriche sono diventate dei loft, gli artisti provenienti da terre lontane si sono contesi gli appartamenti di la Barceloneta con gli ultimi pescatori e nel Raval hanno cominciato a convivere genti di tutte le culture, tranne che cinesi, mentre ormai le prostitute illanguidiscono, come fenomeno curioso, agli angoli delle strade. Barcellona è anche una scenografia in cui si possono girare film storici, con un sottosuolo da città romana, un quartiere gotico che ricorda che nel periodo medievale la città è stata la capitale del Mediterraneo, e un quartiere modernista come l’Eixample, un museo a cielo aperto in cui espongono le proprie opere Gaudí, Puig y Cadafalch o Domènech y Montaner.

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