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Cheyenne, trent'anni

Uscito la prima volta nel 2010 per la nuova collana i Borderline produzioni di confine della casa editrice Antersass, in collaborazione con il Parco Nazionale dello Stelvio, Cheyenne, trent’anni è un film documentario di circa un’ora, girato in digitale e con taglio antropologico sui pendii della Val di Rabbi. Ne sono protagonisti Maria Cheyenne Daprà, di professione pastora, e la sua storia di giovane donna.

L’ampia esperienza di Michele Trentini e Marco Romano, autori dell’opera nonché ideatori del progetto, nella video-documentazione e nella ricerca etnografica ha consentito che Cheyenne non restasse solo un soggetto da intervistare, un personaggio da raccontare. Tra l’artefice delle riprese, l’etnologo e lei le barriere che comprimono nei ruoli si dissolvono, e lo spettatore del video assapora tutto il gusto silenzioso del patto implicito di reciproca fiducia alla base del rapporto fra i tre. Cheyenne non s’accontenta di farsi registrare, è abituata alla simbiosi con l’ambiente e gli elementi che lo compongono, e dal suo lavoro ricava autonomia. Così nell’economia del film ella si fa autoregista (com’è indicato nel retro di copertina del dvd), diventa coautrice.
E il documentario riceve un riconoscimento dietro l’altro: Valsusa Film Fest, EcoFestivalPejo, Sardinian Sustainibility Film Festival, EtnoFilm, per citare alcune delle manifestazioni che lo hanno premiato. Delicatezza, semplicità e rispetto, insomma etica dello sguardo, hanno permesso che, tra immagini di boschi e montagne, questa incantevole trentenne, che sa il fatto suo e dalla disarmante semplicità, ci aprisse il proprio paesaggio interiore. Cheyenne senza volere, senza intrighi o affettazione, e senza che lo vogliano Michele e Marco, riesce in queste sequenze a trasmettere pathos, a farci sentire i mille odori della sua esistenza. Il resto lo fanno le pagine del booklet che corredano la confezione del dvd con immagini e scritti originali di ciascuno degli autori ed una presentazione a cura del Parco Nazionale dello Stelvio.

L’avvio del film è un lento avvicinamento, un approccio discreto, pulito e progressivo al microcosmo della pastora Maria Cheyenne Daprà.
Dallo sfondo nero iniziale emerge uno scampanio insensato, e da questo un gregge che avanza sull’asfalto, tagliato a metà affinché con esso, nel suo centro, si veda procedere un paio di alti stivali. Poi i titoli di testa, e quindi alcune sequenze incentrate su una persona che falcia l’erba alta col decespugliatore. Solo dopo un’inquadratura dedicata ai pendii boschivi, ecco che questa persona si sfila il cappuccio e la felpa. Ne appare, un po’ a sorpresa, una giovane che nei passaggi successivi vedremo impegnata ad approntare i tipici recinti elettrificati. È lei, Cheyenne!

Dalla sicurezza dei suoi gesti e movimenti comprendiamo subito che sta facendo il suo mestiere. Questa donna sicuramente abita e conosce la Val di Rabbi, vi lavora. E come in ogni lavoro degno di questo nome, scatta la pausa: anche allo sguardo dello spettatore viene regalato dal primo piano il piacere di star seduti ad assaporare una sigaretta, fumata sopra lo sfondo delle solite fitte foreste. Poi di nuovo appaiono gli attrezzi del mestiere: con chiodi e martello la bionda silvestre piena di intraprendenza fissa una rete metallica ai robusti pioli di legno già conficcati nel terreno.

Fin qui nessuna voce umana: s’odono solo i suoni degli animali (cinguettii, belati, scampanii,…) e del lavoro (motore del decespugliatore e martellate), gli uni s’innestano sugli altri, animali ambiente naturale e lavoro sembrano formare un tutt’uno acustico. Nel film giunge il momento per Cheyenne di apparirci bene in volto, sotto un cappello di feltro. A questo punto l’avvicinamento non può più proseguire a livello visivo. Il piano di ripresa torna alle fasi del lavoro, al duro impianto dei pali in legno, al coltello che scortica un ramo, al richiamo di Cheyenne ed ai suoi cani ubbidienti.
Con l’immagine di lei che getta uno sguardo sulle operazioni fin lì compiute si chiude, come una lunga e soddisfacente giornata di fatica, la prima parte di Cheyenne, trent’anni.

Ora dobbiamo lasciare che sia lei a fare un passo verso di noi: la voce della donna sorge liberatoria da quello che si temeva fosse un impenetrabile silenzio ed inizia il racconto. Dopo campi medi e lunghi, adesso il volto di lei occupa quasi per intero l’inquadratura, e la sua idea di andare in Scozia o Nuova Zelanda per fare esperienza dopo l’apprendistato scolastico ci pare non solo di udirla dalle sue parole, ma perfino di vedergliela scorrere davanti agli occhi, ora così vicini, miti e azzurri.

Conosciamo così Cheyenne anche dal suo racconto, che prosegue ora in direzione del passato, ora del presente, ora del futuro, intervallato dalle sequenze dedicate ai molteplici aspetti del lavoro della pastora: la cura del suo gregge (che impegna la sua forza e la sua abilità), il pascolo transumante nella valle con il “progetto di manutenzione e cura del territorio mediante il pascolo di un gregge di pecore” (una delle prime iniziative di questo tipo in Italia) alla base della convenzione stipulata con il Comune, la partecipazione al programma di sviluppo turistico.
Cosa ci racconta di sé la Daprà? La sua storia, i suoi spostamenti e traslochi, il suo lavoro che, a differenza di quelli svolti in passato come dipendente, le dà un senso di libertà e le impone delle scelte, le dà la durezza e la fatica ma anche degli obiettivi, le regala la routine come pure la bellezza del cambiamento. Le parole di Cheyenne toccano poi l’educazione all’indipendenza che ha ricevuto dalla mamma; la solitudine e il sentirsi soli («l’essere umano non è fatto per fare l’eremita»); la spiritualità («sulle cime delle montagne c’è un’energia…»); le forze della natura che «ti mettono in riga» e la separazione tra uomo e natura; le contraddizioni dei programmi di sviluppo turistico.

Si resta colpiti dalla sicurezza dei gesti di Cheyenne, come anche dalla nitidezza dei suoi pensieri. Alla frontiera dei trent’anni, forse stimolata dalle domande dell’amico intervistatore, sente di doversi fermare un attimo per fare il punto sulla strada percorsa ormai alle sue spalle, come prima di entrare in una nuova regione. Ci pare di cogliere così l’umanissima Cheyenne, presa tra interrogativi e desiderio di partenza e di cambiamento, tra ciclo delle stagioni e sguardo in avanti, sopra la linea che separa la consapevolezza di stanzialità dalla voglia di viaggio, cui obbedire come a un richiamo giunto da chissà dove.

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