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Dove vai pastore?
Priuli & Verlucca | Quaderni di cultura alpina | Marzia Verona | Scarmagno | 2006 | pagine 252, con inserto fotografico a colori | 21 x 29,7

Dove vai pastore?

Pascolo vagante e transumanza nelle Alpi occidentali agli albori del XXI secolo

Un lungo viaggio di due anni al seguito dei pastori nomadi transumanti in Piemonte è il filo conduttore di quest’opera, che nasce per documentare il fascino romantico di un mestiere antichissimo, ma che via via fotografa e descrive con grande concretezza una realtà viva che cerca di non soccombere in un mondo che le lascia sempre meno spazi.
La pastorizia ha origini remote, è stata una delle prime attività dell’uomo ed ha lasciato i suoi segni sul territorio e nelle civiltà che l’hanno praticata: anche il Piemonte ha una tradizione storica ampiamente documentata, ma il «pascolo vagante» oggi sta assumendo connotazioni nuove, pur restando legato alle primarie esigenze degli animali: trovare sostentamento quotidiano e spazi dove transitare. Per comprendere appieno questo fenomeno, vengono innanzi tutto presentati gli aspetti storici, normativi e tecnico-scientifici che caratterizzano e regolano la pastorizia nomade, quindi lo sguardo si sposta sui protagonisti con una galleria di venti ritratti.
È la loro voce, insieme a descrizioni, commenti ed immagini dell’Autrice, a portarci alla conoscenza diretta di cosa vuol dire essere «pastore vagante» per 365 giorni all’anno, dalla salita in alpeggio primaverile al maltempo che segna la fine della stagione in montagna, per poi proseguire nei lunghi mesi invernali, tra siccità, neve, carenza di foraggio, divieti di pascolo, strade trafficate da attraversare con centinaia di animali al seguito. Voci senza tempo, dove il passato ed il presente si mescolano, voci giovani, di chi ha iniziato da poco seguendo la passione per gli animali, parole rassegnate e toni convinti di chi ama il proprio lavoro, la propria vita e non ci sta ad arrendersi. Non sono gli «ultimi» e non vogliono esserlo, ciascuno cerca la propria strada per sopravvivere, uniti da un mestiere difficile, ma sempre in competizione per gli spazi da utilizzare.
Il pastore è il suo gregge, ne parla in prima persona, le esigenze degli animali vengono prima delle proprie, fino a dire che il momento più bello della giornata è «quando le pecore sono sazie, quando hanno la pancia piena, allora il pastore gode».
Al romanticismo della transumanza e del nomadismo si sostituisce il realismo crudo dei colori, degli odori, dei rumori, dei gesti e degli orari quotidiani. Ne emerge un mondo che arriva dal passato ed attraversa il presente, da cui acquisisce i mezzi che possono facilitarlo, ma da cui riceve sempre meno riconoscimenti, quasi volesse cancellarlo con il silenzio. Per qualcuno lo stare nascosti è la speranza di sopravvivenza, altri chiedono di far conoscere la propria vita, affinché si crei una maggiore consapevolezza nei confronti di un mestiere troppo spesso denigrato da luoghi comuni ed ignoranza.

Sommario:

Introduzione:
Dove vai, pastore? Una domanda che sorge spontanea, vedendo transitare il gregge: chissà qual è la sua strada. C’è però anche un secondo significato, in questo interrogativo: qual è il destino di questi uomini, delle loro greggi, della pastorizia nomade? Per entrambi i quesiti non c’è una risposta definitiva: il pastore si terrà sul vago riguardo la sua meta, per propria volontà, cercando di evitare problemi con chi potrebbe non gradire la sua presenza, mentre scuoterà la testa riguardo al futuro, che vede sempre più incerto e difficoltoso.
Pastori erranti. Oggi, nel ventunesimo secolo, in mezzo al nostro frenetico vivere quotidiano.
Giornate scandite dalle stagioni, dai ritmi e dalle esigenze degli animali. Possiamo incontrarli casualmente in un giorno qualsiasi, quando la loro strada interseca la nostra, qualche volta è addirittura sufficiente osservare con un po’ più di attenzione il panorama che scorre intorno ai finestrini delle nostre auto per notare un gregge che pascola placido in un prato, tra le stoppie, lungo un corso d’acqua. Ci chiederemo: chi sono? Quante bestie hanno? Dove stanno andando? Da dove provengono? Che esistenza conducono?
 La mia è stata una scoperta inattesa, tutto è nato per caso da domande contenute in una scheda che stavo utilizzando nel corso di un lavoro. Informazioni chieste meccanicamente centinaia di volte. Nome, Cognome, Residenza invernale, Comune di provenienza delle bestie… «Pascolo vagante ». Questa era stata la risposta che, inaspettatamente, mi ero sentita dare un giorno, quando mi stavo occupando del censimento degli alpeggi nelle province di Torino e Cuneo. Avevo inserito nella scheda anche questa voce, al posto del nome di un Comune, ma mi era rimasta la curiosità di sapere cosa significasse il «pascolo vagante» e chi fossero quelli che lo praticavano. Poco alla volta, ho scoperto una realtà particolare, antica e moderna nello stesso tempo, che rischia di scomparire proprio perché tutto, intorno, sta cambiando. Trovare un equilibrio tra la tradizione e le nuove esigenze è sempre più difficile, gli spazi si riducono, le greggi sono sempre più grosse, il loro spostamento è regolamentato da leggi ed ordinanze che qualcuno cerca di aggirare, a scapito di altri. Un mondo quasi sconosciuto, ma che non merita di essere ignorato. Una realtà che mi ha dapprima incuriosita, poi affascinata, ed a cui ho dedicato molto del mio tempo per quasi due anni. È stato un vero e proprio colpo di fulmine, che si è tramutato in amore giorno dopo giorno. Alla semplice curiosità, poco alla volta si è sostituita la voglia di poter aiutare queste persone e dare loro una voce. Forse sono stata anche un po’ contagiata dalla maladia, la passione per le pecore, che contraddistingue tutti i personaggi di questo libro. E così, sempre con la macchina fotografica a tracolla, spesso mi sono anche trovata a dare una mano nei lavori quotidiani. Quando stavo lontana dalle greggi per una settimana, iniziavo a sentirne la mancanza. E mi mancavano anche le chiacchiere con i miei amici pastori, i piccoli pettegolezzi, gli aneddoti, i discorsi filosofici sulla vita e sul mondo che cambia, stare al pascolo ad osservare gli animali, senza stancarsi mai, perché ogni giorno è diverso ed al mattino non si sa mai cosa potrà succedere, prima che venga sera. Ed anche quando sei stufo, quando non ne puoi più, sai che devi sperare che le cose cambino in meglio, perché non puoi lasciare i tuoi animali, non riesci ad immaginare una vita diversa. Non potevo non lasciarmi affascinare sempre più da loro, dalla loro vita, che pure potrebbe sembrare completamente priva di attrattive, dura, limitata e fortemente condizionata da un complesso insieme di fattori.
Chi è il pastore, quella persona che più di ogni altra sa leggere i mutamenti del tempo, l’umore dei suoi animali? Com’è strutturato quel mondo a sé stante, legato indissolubilmente al gregge ed al trascorrere delle stagioni? È un vero e proprio universo indipendente, che bisogna saper gestire ed organizzare continuamente, che impegna l’uomo giorno e notte, assorbendo tutti i suoi pensieri. Il pastore errante non gode di una buona reputazione, come tutti i nomadi è guardato con sospetto dagli «altri», dagli stanziali. È una condizione che affonda le sue radici nella preistoria, quando si formarono i primi nuclei abitativi stabili. Nello stesso tempo, il pastore si ritiene però più fortunato, avvantaggiato e di mente più aperta rispetto ai contadini, in quanto viene a contatto con molte diverse realtà, nel suo viaggio dalla montagna alla pianura. Nel corso degli ultimi decenni, questo divario è andato smussandosi, ma intorno al gregge ed al suo «capo» rimane un’aura particolare, la si coglie negli occhi dallo sguardo diretto, dai racconti senza tempo, dal tono con cui gli altri parlano dei pastori.
È così che è nata questa ricerca, passo dopo passo, giorno dopo giorno, dai pascoli ventosi di alta montagna alle pianure fangose nel disgelo primaverile, dalla transumanza in un pomeriggio autunnale ai preparativi per tornare in alpeggio. Lo studio si è poi sviluppato su vari fronti: le testimonianze che ho raccolto necessitavano infatti di un supporto tecnico-scientifico e storico, per rendere maggiormente comprensibili gli argomenti che compaiono nei dialoghi con i pastori e per evidenziare la fondamentale importanza del ruolo della pastorizia nella gestione del territorio.
Contrariamente a quello che alcuni potrebbero pensare, non è stato difficile costruire un rapporto di fiducia reciproca con i testimoni che compaiono in queste pagine. Innanzi tutto ho ascoltato. Li ho accompagnati nello svolgimento delle mansioni quotidiane, e dopo qualche tempo ero già entrata a far parte del loro mondo. Mi è stato concesso di trascorrere insieme vari momenti dell’anno, più che di interviste, si è trattato di lunghe chiacchierate. Anche se trascorrono mesi senza incontrarsi, i pastori sono però costantemente aggiornati su cosa accade in quella cerchia ristretta di chi svolge quel mestiere, così poteva succedere che le voci mi precedessero ed ero attesa anche da chi ancora non conoscevo.
Quando ho deciso di scrivere questo libro, è stato naturale cominciare proprio da colui che, casualmente, è stato il primo a «svelarmi» l’esistenza di un mondo di pastori erranti. Da quel momento, ho vissuto molte giornate con lui e con i suoi «colleghi». Sono state ore di parole che si seguivano in libertà. Le domande dovevano sempre essere casuali, per avere delle risposte vere e spontanee. Non potevo accontentarmi solo dei loro racconti per capire cosa volesse dire una nevicata precoce, una pioggia prolungata, spostare il gregge lungo una strada, il fango nei prati di pianura, la tosatura, dovevo vivere anch’io questi momenti. Tanti dettagli forse non mi sarebbero neanche stati descritti, essendo troppo scontati e normali per essere narrati, eppure sono parte inscindibile del loro mondo. E così tornavo a casa impolverata o infangata, con i vestiti, la pelle, i capelli che odoravano di pecora. Nella mia auto c’era sempre l’ombrello di stoffa con la punta di legno, gli scarponi pronti per camminare nel fango o per salire in montagna, la cana di legno dal manico ricurvo. Inizialmente non avevo ben chiaro in mente cosa stessi cercando, ma a poco a poco le pagine hanno iniziato a riempirsi di parole, di suoni, di immagini e persino di silenzi, più che mai eloquenti. Uno di questi va a coprire proprio l’identità di quello che, poco per volta, è diventato un mio amico. Più è più volte ha ribadito di non voler comparire in foto e mi ha chiesto di non scrivere nemmeno il suo nome. Solitario è e solitario vuole restare, niente di esterno deve venire a turbare il suo mondo, già di per sé fragile e soggetto ai più svariati imprevisti.
Le interviste sono state raccolte con i pastori e con i loro garzoni nelle diverse valli delle province di Torino e Cuneo per quello che riguarda la stagione di alpeggio, nel Pinerolese, nell’Astigiano, nel Vercellese, nell’Alessandrino, nel Canavese e nelle Langhe durante il periodo di pascolo vagante. C’è chi ha accolto con gioia il mio progetto, perché parlare di questa vita è una garanzia di continuità «altrimenti questo lavoro va a perdere e non ci sarà più nessuno a farlo». Qualcuno invece sostiene che solo il passare inosservato può ancora consentire la tranquilla prosecuzione della sua attività. Ho cercato di rispettare la volontà di ciascuno, riportando il più fedelmente possibile quello che mi veniva detto e ciò che ho potuto osservare con i miei occhi. Voglio ringraziare tutti i pastori, da quello con cui ho chiacchierato solo per breve tempo fino a coloro che hanno condiviso con me lunghe giornate: dedico a tutti le pagine che seguono, in particolar modo ai giovani, che possano continuare a camminare passo dopo passo insieme al loro gregge, senza finire soffocati dai divieti, dall’asfalto, dal cemento, dalla burocrazia, dai pregiudizi. Concedetemi un’ultima dovuta precisazione nei confronti di chi ha concesso minuti, ore e giorni a me ed al mio lavoro: lo spazio attribuito e le immagini pubblicate non vogliono far torto a nessuno. Ognuno avrebbe meritato un proprio libro. Quello che ho scritto subito dopo ogni incontro, è poi stato rivisto, pur mantenendo fedelmente le parole che avevo ascoltato e trascritto. Se qualcuno ha avuto più spazio, è solamente perchè era disponibile per una mia visita quando io potevo recarmi presso di lui, si trovava in una zona per me più vicina da raggiungere, le foto scattate in quel giorno avevano la luce giusta… In nome dell’amicizia che ho instaurato con ciascuno di voi, per pochi istanti o per lunghe ore, perdonate ogni mio errore o imprecisione.

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