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Attorno al fuoco

Leggende delle terre alpine

Quaderno numero 86

La prima parte del volume spazia sul miscuglio dei temi prevalenti, dall’improbabile al reale, dal sacro al demoniaco, dal miracolo consolante all’enigma che brucia; la seconda, invece, suddivisa in sei capitoli o «lezioni», dà voce agli opposti coesistenti in ogni racconto: bene/male, luce/buio, santo/diavolo.
È come se le parole sparse da ogni «fabulazione» di stalla, trovassero una loro «significazione» soltanto in concetti che riconciliano con i problemi di ogni giorno, inquietanti, dolorosi, a volte feroci, attraverso l’artificio di presunte realtà accettate e condivise senza accusare contraddizioni.
Nella leggenda c’è tutta la «maestà del mondo»: uomini, animali, piante, natura inanimata, legame creaturale ma in urto continuo, tanto da essere costretti, ogni volta che la si approccia, a ricominciare sempre daccapo, a cercare i termini più adatti a ricomporla nelle sue modulazioni di echi e di silenzi, di sorprese, di smarrimenti, di colpi di scena, di consonanze e dissonanze. Può venire dalla pianura, dalla collina, dalle Alpi o dagli Appennini, dagli Abruzzi o dall’Alto Adige, può essere «questo» o può essere «quello» senza esauriente compiutezza, ma unico è il fittone creante: tentare di vedere oltre il fluire eracliteo dell’avventura umana. Allora anche i draghi, i mostri, le streghe, gli elfi, i nani, se da un lato inaspriscono il rapporto dell’uomo con l’innocenza primaria del mondo, dall’altro, nelle secche clausole che chiudono il racconto diventano le diffrazioni propaganti definizioni aggettivali come puntualizzazioni di credenze: il drago ab origine volante, il mostro comunque raccapricciante, la strega vecchia insidiosa, l’elfo armoniosamente etereo, il nano creatura ripudiata.

Sommario

Presentazione

Premessa

Parte prima

Parte seconda
Entrare nel mondo delle credenze
Lo zolfo e l’incenso
L’ombra delle bestie diaboliche
Le sacre mattanze
Lo stravagante uomo di selva
Come manichini di nebbia
Convivere con l’impercettibile popolo

Bibliografia

dalla premessa

La leggenda fatta di mitologia e di fantasticheria, di commistioni e di impasti, come il classico specchio incantatorio riflette insieme le calme e le tempeste del mondo interiore e i passi fatti da un gruppo umano verso una maturità del tutto particolare. Si rivolge a problemi umani essenziali.
La scelta dei racconti che ho preso in considerazione (guardando indietro con i miei occhi da bambino), è stata arbitraria benché orientata in certa misura dalle proprietà di ciascuno d’essi diventato, oltre le veglie di stalla, verità popolare di lunga validità essendo contributo anonimo di molte persone congiunte da una atavica affinità di condizione, in vari tempi cronologici (le rielaborazioni) e nei vari momenti culturali che seppero trovare una, pur modica, quantità di significato all’interno della situazione descritta: nei personaggi strani nettamente tratteggiati come il diavolo con le corna rubescenti; tipici (come ad esempio gli gnomi permanentemente bloccati a un livello pre-edipico: non hanno genitori, né si sposano o hanno figli); nell’onnipresenza del male e della virtù.
Il male concettualmente inafferrabile è simboleggiato, così come nelle fiabe, dalla realtà plumbea, dal buio, dall’animale pericoloso, del truculento gigante (che può essere giocato dal piccolo uomo intelligente) o dal drago, dal potere della strega, dalla perfida principessa (o regina o contessa) riversata per secoli nelle fiabe europee più note (Biancaneve e Cenerentola) dal demonio rabbioso come un mastino che non può azzannare la preda identificato in tutte le negatività.
Il bene, trovando espressione nell’eroe culturale buono che può essere tanto il romito aspirante santo quanto il Santo, castigatore aureolato con la sua aura miracolistica, fiabesca e devozionale, quanto l’astuto zappaterra che escogita la soluzione per dissipare le avversità che hanno sempre qualcosa a che fare con la complicità satanica, è orientato verso il futuro, rassicura, arricchisce l’esistenza. Sostituisce l’ordine al caos con le parole che dividono giusto-ingiusto; bianco-nero.
L’uomo semplice è parecchio lontano dalle storie inventate a tavolino qualche secolo fa da eruditi locali, dagli approcci dello studioso di folclore alle leggende e da quelli psicanalitici che esaminano – a ben rifletterci e senza offesa – con linguaggio pedestre significati e motivi: il suo «viverle», immaginando qualcosa di mitico e di magico nel mondo reale, è certamente più suggestivo e impegnativo.
Così al solstizio d’estate – attorno al 21 giugno con il Sole che si trova nel primo punto del Cancro –, consacrato nell’antica Roma a Giano il bifronte protettore delle soglie terrene e ultraterrene, celebra la nascita di san Giovanni anch’egli guardiano di un passaggio tra due livelli, questo dalle tenebre dell’ignoranza pagana alla luce della verità acquisita col battesimo (i brillanti falò rituali). Ma la cultura contadina sempre collegante realtà con fantasia ne fa il protettore (con Pietro e Paolo liturgicamente prossimi – 29 giugno –) del felice esito del ciclo agrario iniziato con le semine: la mietitura che non dovrà essere compromessa da uragani e grandinate.
Le erbe e le pianticelle (l’iperico – detto fiore di san Giovanni –, la salvia, il rosmarino, la lavanda, l’aglio, l’arnica, l’erica, la ruta, la menta e in modo particolare l’artemisia) raccolte nella notte di san Giovanni avrebbero (secondo la tradizione ereditata dall’antichissima scienza iatroastrologica e iatromagica che univa macro e micro-cosmo) eccellenti poteri salutiferi. Senza tralasciare la rugiada scesa in quella notte (il sole balla sulla rugiada), di forte potenziale apotropaico e terapeutico (l’acqua del fonte battesimale) secondo il medesimo pensiero magico-religioso. Ma siamo nella sfera del paradosso: nella notte il Sole sposa la Luna e dal connubio si riversano fluidi benefici. 
All’origine della tradizione rustica (ormai perduta) che nell’area cuneese faceva appendere la sera del 24 giugno un ramo di noce (legato, come nella tradizione greca, al dono della profezia) sopra l’uscio di casa, c’è una simpatica leggenda: «I soldati di Erode Antipa, per riconoscere l’abitazione del Battista condannato alla decapitazione dopo aver biasimato il suo matrimonio con la nipote Erodiade, la segnarono con un ramo di noce; ma quando si recarono a prelevarlo non furono più in grado di riconoscerla in quanto ogni porta di Tiberiade era sovrastata da un ramo dello stesso albero».
Per i contadini della Provincia Granda se il giorno seguente, il 25, il ramo fosse stato trovato appassito era presagio di tempo favorevole alle colture; se fosse rimasto fresco e verde avrebbe annunziato un’estate piovosa. Queste erano le convinzioni dei montanari che ormai annaspano nella vischiosità di un territorio contaminato dall’utilitarismo.
Il regno vegetale con erbe cordiali ed euforizzanti, radici eccitanti, «composte» allucinogene, antidoti alla malinconia (balneum diaboli), è entrato a far parte della realtà sociale e culturale dei paesi anche attraverso la simbologia annessa a ciascun albero.
Per fare un esempio, il tiglio è da sempre il simbolo ereditato dai Greci, oltre che della fragilità, della fedeltà femminile e dunque dell’amore coniugale. Secondo la leggenda (riportata da Ovidio, Metamorfosi, VIII, 616-675), due anziani coniugi della Frigia Filèmone e Bàuci chiesero a Zeus, accolto con Ermete nella loro povera capanna, di poter finire i loro giorni insieme. Così vennero trasformati in alberi: Filèmone, il marito, in quercia (la maestà, la forza, la longevità, l’axis mundi) e Bàuci, la fedele moglie, in tiglio.
Alcuni alberi, come si vede, furono già attributi particolari di divinità pagane: la quercia di Giove, il lauro di Apollo, l’olivo di Minerva, il mirto di Venere, il pioppo dalle foglie argentee di Ercole, ecc. Dal Medioevo cristiano, l’albero rappresenta la potenza vegetativa infusa dal Creatore alla Natura, al quale simbolo si sovrappose quello del potere che Dio manifesta nella Chiesa considerata come un giardino da Lui piantato sulla terra. Un secondo Eden.
Le leggende nate in periodi nei quali la religione era, in contiguità tangenziale, una componente importantissima e ponderosa della vita, spaziano su quei motivi che offrirono ai timorati, per associazioni consce o inconsce, determinati sostegni esistenziali con allusioni alla superiorità del vivere cristiano (1). E non è eccezionale che molte di esse si aprano in modo quasi biblico: «Al tempo che domeneddio camminava ancora su questa terra fra gli uomini, avvenne una volta che…». Piuttosto che con il logos di san Giovanni «In principio…».
Morti e vivi colloquiano con naturalezza ben lontani dal beffare la fede; i diafani fantasmi rompono il loro rigore claustrale e si rimettono in via senza affanno e senza sudore inquietando, con algido vento stormente (più acuto di una realtà), il «vero» sperimentato giorno per giorno.
Rabbrividisce e per paura si fa gelatina il viandante quando si imbatte nel corteo di lini funebri perché sa che esiste l’altra faccia indecifrata dei misteri che nasconde in sé: a volte l’immagine, sfiorante l’allucinazione, del parente o dell’amico implacati defunti che lo sguardo sorprende e svela (flash-back evanescenti); a volte l’offesa graffiante dei morti tornati crudeli con tutti gli et coetera…; poi si diceva che il rientro nella gravità terrena era per predire altre morti o sommuovere le patine del passato.
La Vita non è mai soltanto vita e la Morte mai soltanto passaggio d’ombra nel «nulla» o nel «tutto»: giocano con carte truccate, come due compagni un po’ onesti un po’ bari, secondo le misure umane.
Questo concetto, l’immutabile dualità delle cose, sembra ribadirci la Danza macabra affrescata con sviluppo di venti metri nella chiesa cimiteriale di San Vigilio (Pinzolo, Trento) da Simone Baschenis, pittore itinerante, anno 1539.
Le rappresentazioni allegoriche della danza macabra si sviluppano dal XIV secolo. In poi, non soltanto in Italia (con i celebri affreschi di Clusone – Bergamo – e di Pinzolo). In Svizzera si hanno il dipinto di Nicola Manuel a Berna e il grande ciclo di affreschi della danza dei morti che ornano la facciata della chiesa di San Giovanni a Basilea, opera magistrale d’autore ignoto già attribuita al tedesco Hans Holbein detto «il giovane».
Le ore fredde del buio notturno fanno – come da luogo comune – corona al terrifico degli incontri peggiori. La bestia feroce o comesichiama diavolo (l’antico serpente che cerca di smuovere i buoni credenti dal loro fortilizio di fede) ha bisogno anche di assoluto silenzio; lo spettro parlante da un altro mondo ha bisogno della cortina nebbiosa che esalti la sua sfera di misterioso inquietante, lo ingigantisca nel panico; il drago, di umorosità palustri per emergere aggressivo, assolutamente credibile come nei visionari terrori dell’infanzia

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