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Ghiaccio vivo
Priuli & Verlucca | Paradigma | Enrico Camanni | Scarmagno | 2010 | pagine 301 | 14 x 21,5

Ghiaccio vivo

Storia e antropologia dei ghiacciai alpini

I montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, ma nel Settecento questa visione si è rovesciata grazie alla progressiva rivalutazione dell’alta montagna e alla percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica.
Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi. Il « drago » delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo.

Introduzione
Cambierà? Non cambierà? Sulle Alpi si dicono tante cose a proposito del cielo. Forse perché è più vicino. Anche se le streghe e i diavoli non esistono più, e gli ultimi draghi li trovi sulle copie anastatiche dei libri antichi, ancora si cerca di decifrare i progetti delle montagne, nella speranza di arginarne il mistero. Per esempio è opinione comune che i temporali dell’Assunta portino via l’estate, perché il cielo che viene dopo è già quello di settembre. È uno dei tanti detti della meteorologia popolare, che da quando c’è un abitante sulla terra, e più che mai sulle montagne, provano fatalisticamente a dare ordine e senso a ciò che sfugge alla regola: il clima, le stagioni, i capricci del tempo.
Forse lo pensavano anche i valligiani del tardo Medioevo, che dovettero beneficiare di estati in parte confrontabili alle nostre, e certamente gli sfortunati montanari del diciassettesimo secolo, che con l’avanzare impetuoso dei ghiacciai si accorsero di quanto fossero diventate brevi le loro estati, e di quanto il resto dell’anno fosse ormai solo un mesto, interminabile inverno alpino. « Tre mesi di freddo e nove di gelo » ironizzava l’abbé valdostano Pierre Chanoux, e si era già in pieno Ottocento.
Il 20 agosto 2009 Chamonix è una città rovente. Chiudendo gli occhi potresti immaginare di essere a Bologna, Palermo, Tunisi. Ferragosto è passato senza un fulmine o una goccia di pioggia, e invece di chiudere l’estate l’ha rilanciata nella più assoluta, inquietante violenza. È la bolla africana, spiegano i meteorologi da una settimana, e da sette giorni l’afa non concede tregua neanche sopra i mille metri, con l’isoterma alle stelle, sempre più vicino alla cima del Monte Bianco.
È un mondo capovolto. Nella capitale dell’alpinismo i turisti sfuggono la montagna cercando refrigerio all’interno dei negozi con l’aria condizionata, dove maneggiano ramponi con le mani sudate e sfogliano libri che raccontano di neve, ghiacciai, cascate, seracchi. Si è rotta ogni relazione logica tra i panorami gelati delle fotografie e gli stessi panorami inquadrati dalle finestre della libreria, da giorni imprigionati in veli di vapore, colori pastello, fumi di caligine, luci opalescenti. Fuori il sole è così bollente che i turisti preferiscono gli scaffali del grande magazzino, e alla fine, sfogliando sfogliando, credono più veri gli scenari patinati dei libri degli spazi foschi della montagna. La riproduzione ha sostituito la realtà.
D’altra parte il Monte Bianco sarà bellissimo anche nel suo abito sahariano, ma chi è sceso dal Col des Montets avrà notato le tristi scarpate detritiche della Petite Aiguille Verte, proprio sopra l’arrivo della funivia, e lo squarcio bianco sulla parete ovest del Petit Dru, che più che una ferita è un intervento plastico a viso aperto. Il chirurgo ha agito sottocute intaccando il permafrost. Dopo le frane del 1997 e del 2005 i Drus non sono più i Drus, hanno cambiato profilo, colore, fisionomia. […] 

PREMIO LEGGIMONTAGNA 2011 - SECONDO CLASSIFICATO SEZ. SAGGISTICA

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