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Raccontare la montagna

Adriano Tomba racconta la straordinaria complessità della montagna. Con l’attenzione dell’innamorato svela le tracce delle grandi forme modellate dai millenni. Correva l’anno 1893 ... È ciò che mi viene in mente iniziando un certo discorso su (e con) Adriano Tomba, fotografo delle montagne. Quell’anno il grande biellese Vittorio Sella, uno dei maggiori esperti appassionati che abbiano portato l’arte della fotografia in quota, acquista una macchina fotografica Ross & C. per lastre 24x28 e pellicole 20x25, apparecchio che lo seguirà ovunque e per molto tempo. Lo usa dapprima sulle Alpi, poi nel Caucaso nel 1896, al Monte Sant’Elia in Alaska nel 1897, nella «circumnavigazione» del Kangchendzönga nel 1899, al Ruwenzori nel 1906, nel Karakorum nel 1909. Quella macchina era una «scatola» che si allungava parecchio per via del soffietto in uso a quei tempi, aveva un treppiede telescopico artigianale in ottone, una semplicità d’uso sconcertante. Usata dal Sella con pazienza e devozione diventò un mito. Così come la Pocket Kodak, antesignana di tutte le macchine tascabili, famosa per il motto: «Voi premete il bottone, al resto pensiamo noi». Era nata, questa «scatolina» a soffietto, dalla fervida fantasia di produttori lungimiranti che volevano agevolare gli esordienti ai quali non mancavano passione e denaro da spendere, ma erano totalmente a digiuno di qualsiasi concetto di arte fotografica. Fu utilissima in alta montagna per il peso irrilevante. Un mito divenne anche il «macinino» che Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi aveva usato durante la spedizione al Polo Nord nel 1899 e anche in quella del K2 nel 1909: la Kodak Automatic con obiettivo Bausch & Lomb Plastigmat, naturalmente a soffietto e con una pesante cassetta degli chassis a corredo. Ho preso spunto dall’attrezzatura dei grandi fotografi dell’Ottocento e del primo Novecento per giungere a dire, senza altri passi, che l’opera di Tomba è «una degna sintesi della lezione di Vittorio Sella e di Ansel Adams. Egli sfrutta la spettacolarità della messa in scena fotografica per utilmente evidenziare i caratteri originali, geologici, morfologici e ambientali del sistema montuoso che viene mediato attraverso una serie di fotografie». Non sono parole di un alpinista che talvolta si diletta nella scrittura, ma di un personaggio che di queste cose se ne intende: il prof. Angelo Schwarz, storico della fotografia e sostenitore della peculiarità della fotografia di montagna. Altra epoca quella del Sella, altri sistemi, si dirà. Altre attrezzature, anche. Ma medesima la mentalità, identica l’ispirazione nell’affrontare la fotografia. Quella dell’arte. Che non ha tempo.

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